COLLANA CHIARA Poesia italiana contemporanea
CHIARA DE LUCA, La corolla del ricordo
ISBN 978-88-96263-08-2 pp. 48, € 10,00
“Tienimi perché di nuovo sono / anima posata sulle scale a sanguinare” (p. 32) “Guarda come impercettibile / precipita l'intonaco del cielo” (p. 52) “Non pensare che il tempo trascorra / nella pozza del cuore spaccato ristagna” (p. 56) “una vita corsa nel chiamare senza fiato / l'amnistia nel cielo di un abbraccio” (p. 74) Tragicamente splendidi questi distici, così tanti passaggi di questo “fiore” poetico davvero memorabile. La voce cullante di Chiara De Luca appena lenisce al lettore il subbuglio che una teoria di immagini incalzanti, vibranti di una energia tellurica sommessa che sa di poter deflagrare e adotta strategicamente la figura retorica della diminutio: un accenno, un sorriso, una parola “oggettiva” e magari minimale ci catapultano nel purificato magma in cui il pensiero e il pensato si toccano con una energia, appunto, da lava incandescente (“perché alla sorgente l'acqua non ricorda / come in uno schianto termini la corsa” p. 76). Purificato, il magma, da un lavoro poetico che crea sculture vocali eleganti con la forza inquieta (“… tutto è nell'impossibile / parola che non significa…” p. 28) di un Michelangelo. Molto raffinato anche l'uso di parole che possono avere funzioni grammaticali diverse. Ad esempio: “Già si stempera il ricordo dell'estate / nidifica nell'anima sporca la neve” (p. 26) dove “sporca” può essere intesa come attributo di “anima” (e così la interpreta nella sua bellissima versione Eileen Sullivan), ma anche come verbo che regge “la neve”, immagine pure molto bella. Tulla la raccolta ha una valenza sommersa che il lettore è spinto a scoprire sotto il velo di un pelle curata e priva di asprezze. Eppure quanto belli e destabilizzanti sono passaggi emblematici come i seguenti? “Cambio agenda ogni volta che muoio” (p. 40) “non scordare / la triste geometria che piega il fuoco / degli sguardi che ci stiamo sottraendo / il mio saper fare tutto di parole / per tacere” (p. 68) Un libro che denuda forse più di altri la poetica di Chiara De Luca e ne esalta forse gli aspetti più dickinsoniani. Certo è una poesia che resta ben impressa e scava con la forza dell'acqua le crepe di cui siamo fatti: “una poesia dal cuore dei nostri tempi” affema nella bandella John F. Deane.
Alessandro Ramberti
Quando avvengono le stagioni del cuore, bisogna camminare nei versi, riuscire ad andare verso un altro tempo dischiuso e sempre accanto. Moto e tramite. Il sentimento.
The Corolla of memory di Chiara De Luca manca tutti gli appuntamenti. E’ “not at home”, come nell’esergo iniziale di Emily Dickinson, in bianca veste profumata d’assenza, ma da questa assenza, il mondo vede il senso del suo trascorrere: diversamente, tutti noi, ne subiamo lo scempio.
Allora ricordare per raccordare dove “annaspiamo per avere presente il respiro” serve per amare i segni del vuoto e restituirne bellezza.
“Solo le pareti fuori sanno stare/bianche incontro al vento”.
Questa la pagina/spazio dove appariranno i segni che la poetessa assume da subito ad imprimatur nel corpo, per portarlo con sé nel suo “corpo” sensoriale attraverso la nascita possibile di uno sguardo invisibile fra incontri, treni, autobus, città, per quelle sottili intersezioni che la fanno aggirare nelle no man’s land fra salvezza e rigenerazione.
In queste poesie si sente la fine e l’inizio. Esse abitano postume dietro le rappresentazioni interiori. Sfiorano le immagini crescendo nella gola del canto trattenuto per afformarne apparenza.
“Nuove forme strane per tenere/assente compagnia nel male” assuonano, in correspondances , per pronunciare l’indicibile che ci sottotraccia e sottende davanti agli eventi.
Quando l’attenzione si sposta subentrano sinestesie audiovisive. La memoria chiama a trasparenza con quelle accensioni caute che hanno gli stessi occhi della poetessa.
The corolla of memory ci lascia nell’umidore e in un desiderio di levità subliminale dopo che le acque hanno trasformato la stagione del tempo, dove si può finalmente cedere e non tornare più.
Il viaggio nel terrestre infinita nell’origine che redime: “Nell’irripetibile stagione di un momento”. ancora vengo ad annusare l’abisso riaprirmi le vene per immergere la penna e sanguinare versi sul silenzio
Alberto Mori
Questa è una poesia di lirica grazia, che getta una luce scintillante in più sulla sofferenza umana. Una poesia che mantiene in superficie una bellezza come d’alberi in boccio, ma poi si spinge oltre, generando un frutto di straordinario valore e bellezza. C’è una gravità di pensiero e di linguaggio che barcolla sempre sul ciglio del dolore; è il grido d’un animale da pelliccia ferito. La poesia qui è redenzione; la musica della lingua di Chiara, il delicato movimento della ritmica dei versi, il senso di una fede sotto la tensione che emerge dal controllo di frasi ed enjambement – tutto parla di una poesia dal cuore dei nostri tempi, un’anima in poesia che vuole “essere / di tutti e non restare.” Questa è un’opera bella e toccante, e la bellezza, come scrisse un tempo un vecchio poeta, non deve essere “mai ciliegio in fiore”.
John F. Deane
È strano vedi come possa il vento liberare il cielo e alleggerire in volo le braccia degli alberi di nuovo genuflessi. Prigioniera in casa manca ancora tanta luce bevuta dal palazzo a pochi metri desertato, mentre sul terrazzo i panni giocano coi fili appesantiti danzano sgraziati e come ignari del tempo segreto che battuto dal silenzio da mesi nel quartiere non fa che replicare la bellezza dura dei tuoi occhi nell’andare la tragica saggezza che traveste le paure le grida dei bambini in quel cortile così pure
Novembre si ribella all’assalto dell’inverno grandi crepe dilatate nelle nuvole dal vento, un passo si appoggia lentamente dopo l’altro tentando di alterare il volgere del tempo, abitiamo un anno intero la distanza di una sera vorrei essere di strada ma la strada non è chiara, saperti dietro i vetri è la nuova vocazione rigiro in bocca il fiato come una preghiera ma il battito ha il ritmo di un’altissima canzone. Il buio è disegnato in cerchi brevi dai lampioni, auto in fila indiana sono stanche di arrancare aprendosi per terra un varco lucido d’asfalto, loro sono giovani e spogliate di tormento insanabile sui viali a tarda notte il gelo.
Vento porta disperato il canto di un bimbo che si culla nella pelle contro il bianco duro della soglia. Appena lo distraggono le ombre di cose che hanno assunto lentamente nuove forme strane per tenere assente compagnia nel male. Sfinita fantasia che fonde il buio rimodella senso al vano della terra, mentre a voce bassa nenia dove sei assottigliando il fiato attorno a un crescendo muto in gola al taglio.
Forse capirai un poco il giorno che scivolerai tra i banchi del mercato quando in fretta tirano le tende all’ora di chiusura. Quando varcherai in silenzio il portone in legno austero di una chiesa mentre il coro intona l’ultima preghiera e il prete sta benedicendo già chi c’era Quando ti ritroverai la sera a rimandare l’ora dell’uscita in giro nel quartiere per poter sentire sempre quel fragore di saracinesche esplodere le strade Quando attenderai ogni notte per dormire che sia spenta in alto l’ultima finestra, lo saprai anche tu il sentore del finire spendere la vita senza tregua ad iniziare perché alla sorgente l’acqua non ricorda come in uno schianto termini la corsa
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