Guillemot
Edwin Morgan, Libro delle vite  Prezzo: 15.00 eu
Collana Guillemot - poesia scozzese contemporanea

EDWIN MORGAN, Libro delle vite

ISBN 978-88-96263-10-5
pp. 274, € 15,00


Edwin Morgan è uno dei poeti scozzesi contemporanei maggiormente stimati e riconosciuti, e al contempo più popolari e amati. E la cosa non sorprende, perché la sua poesia spazia su uno straordinario ventaglio di toni e registri, toccando numerosissimi argomenti, ora prediligendo lo slancio lirico, ora un tono più colloquiale e talvolta dimesso, ora il pathos epico, ora la brevità epigrammatica. Morgan si muove con maestria tra il verso libero e forme strofiche, ritmiche e metriche tradizionali, tra la secca concisione dell’haiku e la ricchezza timbrica, quasi opulenta, di poesie dense per aggettivazione e coloritura d’immagine, tra la forma popolare della canzone e il ritmo cantilenante della filastrocca.
La lingua poetica di Morgan è duttile e malleabile, si piega, informa e adatta al tono e alla necessità dell’argomento di volta in volta scelto, pescando in una pluralità di microletti, dal linguaggio scientifico a quello della testimonianza storica o del resoconto giornalistico, dal linguaggio colloquiale a quello lirico, a tratti elegiaco. Adottando di volta in volta il respiro ampio del verso lungo – talvolta lunghissimo –; il respiro disteso “pacato” e denso della rievocazione o della descrizione; il respiro teso e rapido della protesta o quello martellante dell’invettiva; il respiro lieve e dimesso della confessione epistolare. Il tutto spesso facendo ricorso a note sarcastiche o a un’ironia acuta e pungente e sempre puntuale e intelligente.
Libro delle vite è titolo ambizioso e impegnativo. Edwin Morgan onora egregiamente l’impegno. Muovendo dal contemporaneo al passato remoto, dal passato recentissimo al paleozoico, per risalire fino al Big Bang e alla creazione delle prime forme di vita e di pensiero, cui, nella splendida suite di poesie di Onda planetaria immagina di assistere come testimone. E il poeta è per Morgan sempre testimone, ora oggettivo e imparziale, ora partecipe, dolente o irriverente, iroso o compassionevole. Notevoli sono le sue descrizioni di quadri – oniriche, fortemente visive, originali ed efficaci – nella suite Cinque dipinti; e i suoi ritratti – documentati e profondamente umani e partecipi al contempo – di personaggi storici e letterari: da Magellano a Copernico, da Hiroito a Carlo V, da Rimbaud a Oscar Wilde, da Boezio a David Daiches.
Ne risulta una pittura composita, in cui storia individuale e collettiva si alternano in dissolvenze prive di stacchi eccessivi e fratture, inscivendosi nel più ampio piano della Storia politica, sociale e del pensiero, per cui Morgan mostra di provare un interesse sempre vivo e autentico, accompagnato da una conoscenza puntuale che abbraccia eventi, avvenimenti e curiosità cronachistiche, sfumandoli col pennello di una fantasia camaleontica e vivace.

Chiara De Luca


Planet Wave


The first half of this sequence of poems, commissioned by the Cheltenham International Jazz Festival, and set to music by Tommy Smith, was fust performed in the Cheltenham Town Hall on 4 April 1997.


In the Beginning
(20 Billion BC)

Don’t ask me and don’t tell me. I was there.
It was a bang and it was big. I don’t know
what went before, I came out with it.
Think about that if you want my credentials.
Think about that, me, it, imagine it
as I recall it now, swinging in my spacetime hammock,
nibbling a moon or two, watching you.
What am I? You don’t know. It doesn’t matter.
I am the witness, I am not in the dock.
I love matter and I love anti-matter.
Listen to me, listen to my patter.

Oh what a day (if it was day) that was!
It was as if a fist had been holding fast
one dense packed particle too hot to keep
and the fingers had suddenly sprung open
and the burning coal, the radiant mechanism
had burst and scattered the seeds of everything,
out through what was now space, out
into the pulse of time, out, my masters,
out, my friends, so, like a darting shoal,
like a lion’s roar, like greyhounds released,
like blown dandelions, like Pandora’s box,
like a shaken cornucopia, like an ejaculation –

I was amazed at the beauty of it all,
those slowly cooling rosy clouds of gas,
wave upon wave of hydrogen and helium,
spirals and rings and knots of fire, silhouettes
of dust in towers, thunderheads, tornadoes;
and then the stars, and the blue glow of starlight
lapislazuliing the dust-grains –
I laughed, rolled like a ball, flew like a dragon,
zigzagged and dodged the clatter of meteorites
as they clumped and clashed and clustered into
worlds, into this best clutch of nine
whirled in the Corrievreckan of the Sun.
The universe had only just begun.
I’m off, my dears. My story’s still to run!




Onda planetaria


La prima metà di questa silloge di poesie, commissionate dallo International Jazz Festival e messa in musica da Tommy Smith, fu rappresentata per la prima volta al municipio di Cheltenham il 4 Aprile del 1997.


In principio
(20 bilioni a.C.)

Non chiedetemi e non ditemi. Ero là.
Fu uno scoppio e fu grande. Non so
che avvenne prima, uscii dall’esplosione.
Pensa a questo, se vuoi le mie credenziali.
Pensa a questo, a me, allo scoppio, immaginalo
come lo richiamo ora che mi cullo nell’amaca spazio-tempo,
pilucco una luna o due, ti guardo.
Cosa sono? Non lo sai. Non fa niente.
Sono il testimone, non l’imputato.
Amo la materia e amo l’antimateria.
Ascoltami, ascolta le mie chiacchiere.

Oh, che giorno (se giorno era) fu!
Fu come se un pugno avesse stretto
una densa particella troppo calda da tenere
e le dita si fossero aperte all’improvviso
e il carbone ardente, il meccanismo radiante
fosse scoppiato disperdendo i semi di ogni cosa,
uno in quel che era nuovo spazio, fuori
nel battito del tempo, fuori, miei padroni,
fuori amici miei, così, come uno sciame dardeggiante,
il ruggito di un leone, levrieri liberati,
denti-di-leone esplosi, un vaso di Pandora,
una cornucopia scossa, un’eiaculazione –

Ero sbalordito dalla bellezza del tutto,
nubi di gas rosa che piano si raffreddavano, onda
sopra onda di elio e idrogeno,
anelli e spirali e nodi di fuoco,
sagome di polvere in torri, nugoli di nubi, tornadi;
e poi gli astri, e il bagliore azzurro della luce stellare
che lapislazzulava i grani di polvere –
Risi, rotolai come una palla, volai come un drago,
zigzagai e schivai il fracasso delle meteore
mentre si ammassavano e scontravano e riunivano in
parole, in questa sublime stretta del nove
vorticante nella Corrievreckan del sole.
L’universo era solo appena cominciato.
Sono fuori, miei cari. La mia storia è ancora da correre!



The Early Earth
(3 Billion BC)

Planets, planets – they seem to have settled
into their orbits, round their golden lord,
their father, except he’s not their father,
they were all born together, in that majestic wave
of million-degree froth and jet and muck:
who would have prophesied the dancelike separation,
the nine globes, with their moons and rings, rare –
do you know how rare it is, dear listeners,
dear friends, do you know how rare you are?
Don’t you want to be thankful? You suffer too much?
I’ll give you suffering, but first comes thanks.

Think of that early wild rough world of earth:
lurid, restless, cracking, groaning, heaving,
swishing through space garbage and flak,
cratered with a thousand dry splashdowns
painted over in molten granite. Think of hell,
a mineral hell of fire and smoke. You’re there.
What’s it all for? Is this the lucky planet?
Can you down a pint of lava, make love
to the Grand Canyon, tuck a thunderbolt
in its cradle? Yes and no, folks, yes and no.
You must have patience with the story.

I took myself to the crest of a ridge
once it was pushed up and cooled.
There were more cloudscapes than earthquakes.
You could walk on rock and feel rain.
You shivered but smiled in the fine tang.
Then I came down to stand in the shallows
of a great ocean, my collar up to the wind,
but listen, it was more than the wind I heard,
it was life at last, emerging from the sea,
shuffling, sliding, sucking, scuttling, so small
that on hands and knees I had to strain my eyes.
A trail of half-transparent twitchings!
A scum of algae! A greening! A breathing!
And no one would stop them, volcanoes wouldn’t stop them!
How far would they go? What would they not try?
I punched the sky, my friends, I punched the sky.





La terra giovane
(3 bilioni a.C.)

Pianeti, pianeti – sembrano essersi inseriti
nelle proprie orbite, attorno al lord d’oro,
loro padre, non fosse che non è il padre,
erano nati tutti insieme, in quell’onda maestosa

di schiuma e ghiaia e melma a milioni di gradi:
che avrebbe profetizzato la scissione danzante,
le nove sfere, con le loro lune e anelli, rari –
Sapete quanto è raro, cari ascoltatori,
cari amici, sapete quanto siete rari?
Non volete essere riconoscenti? Soffrite troppo?
Vi farò soffrire ancora, ma prima si ringrazia.

Pensate a quel giovane mondo-terra grezzo e selvaggio:
sgargiante, irrequieto, che s’incrina, geme e sospira,
e fende frusciando i rifiuti e l’artiglieria dello spazio,
craterato da migliaia di schizzi asciutti
rivestiti di granito fuso. Pensate all’inferno,
un inferno minerale di fumo e fuoco. Siete là.
A che serve il tutto? È questo il pianeta felice?
Potete farvi una pinta di lava, fare l’amore
al Grand Canyon, rimboccare le coperte a una folgore
nella sua culla? Sì e no, gente, sì e no.
Dovete aver pazienza con la storia.

Ho raggiunto la cresta di una catena montuosa
appena emersa e raffreddata.
C’erano più distese di nubi che terremoti.
Potevi camminare sulla roccia e sentire la pioggia.
Tremavi ma sorridevi al buon odore penetrante.
Poi scesi per stare in piedi nelle acque basse
di un grande oceano, il bavero alzato contro il vento,
ma ascolta, non era solo vento quello che sentivo,
era vita infine, che emergeva dal mare,
strisciava, scivolava, succhiava, sgusciava, così piccola
che a carponi dovevo aguzzare lo sguardo.
Una scia di contrazioni semitrasparenti!
Una fanghiglia di alghe! Un inverdire! Un respirare!
E nessuno li avrebbe fermati, i vulcani non li avrebbero fermati!
Fin dove sarebbero arrivati? Cosa non avrebbero provato?
Presi a pugni il cielo, amici, presi a pugni il cielo.



End of the Dinosaurs
(65 Million BC)

If you want life, this is something like it.
I made myself a tree-house, and from there
I could see distant scrubby savannas
but mostly it was jungle, lush to bursting
with ferns, palms, creepers, reeds, and the first flowers.
Somewhere a half-seen slither of giant snakes,
a steamy swamp, a crocodile-drift
in and out of sunlight. But all this, I must tell you,
was only background for the rulers of life,
the dinosaurs. Who could stand against them?
They pounded the earth, they lazed in lakes,
they razored through the sultry air.

Hear,
if you will, the scrunchings of frond and branch
but also of joint and gristle. It’s not a game.
I watched a tyrannosaurus rise on its hindlegs
to slice a browsing diplodocus, just like that,
a hiss, a squirm, a shake, a supper –
velociraptors scattered like rabbits.

It didn’t last. It couldn’t? I don’t know.
Were they too big, too monstrous, yet wonderful
with all the wonder of terror. Were there other plans?
I saw the very day the asteroid struck:
mass panic, mass destruction, mass smoke and mass ash
that broke like a black wave over land and sea,
billowing, thickening, choking, until no sun
could pierce the pall and no plants grew and no
lizards however terrible found food and no
thundering of armoured living tons disturbed
the forest floor and there was no dawn roar,
only the moans, only the dying groans
of those bewildered clinker-throated ex-time-lords,
only, at the end, skulls and ribs and hatchless
eggs in swamps and deserts
left for the inheritors –
my friends, that’s you and me
branched on a different tree:
what shall we do, or be?



Fine dei dinosauri
(65 milioni a.C.)

Se vuoi la vita, quel che segue ci somiglia.
Mi fabbricai una casa sull’albero, e da là
potevo vedere savane boschive in distanza
ma più che altro giungla, rigogliosa da scoppiare
di felci, palme, canne, rampicanti, e i primi fiori.
Qua e là uno sgusciare intravisto di serpenti,
una palude fumante, il lento scivolare di un coccodrillo
dentro e fuori dalla luce del sole. Ma tutto questo, devo dirvelo,
era solo uno sfondo per quei sovrani della vita,
i dinosauri. Chi avrebbe mai potuto fronteggiarli?
Pestavano forte la terra, oziavano nei laghi,
fendevano sfrecciando l’aria torrida.

Ascoltate,
se volete, gli scricchiolii di fronde e rami
ma anche di cartilagini e giunture. Non è un gioco.
Osservai un tirannosauro alzarsi sulle zampe posteriori
colpire di taglio un diplodoco che mangiava, proprio così,
un sibilo, un contorcimento, uno scossone, una cena –
velocirapti dispersi come conigli.

Non durò. Non poteva? Non lo so.
Erano troppo grandi, troppo mostruosi, eppure belli
di tutte le meraviglie del terrore. C’erano altri piani?
Vidi il giorno stesso in cui cadde l’asteroide:
panico e distruzione di massa, fumo e cenere in massa,
a infrangersi onda nera sopra terra e mare,
spiraliforme, gonfia, soffocante, finché nessun sole più
poteva penetrare la cappa né pianta crescere e nessuna
lucertola per quanto spaventosa trovare cibo e nessun
tuonare di vivi toni fragorosi disturbò
il suolo della foresta e non c’erano ruggiti all’alba,
solo i gemiti, solo i rantoli di morte
degli sconcertati signori d’un tempo dalla gola tintinnante,
soltanto, alla fine, crani e costole e uova
rotte in paludi e deserti
lasciati agli eredi –
amici miei, siamo voi e io
biforcazioni di alberi diversi:
cosa dovremmo fare, o essere?



The Great Flood
(10,000 BC)

Rain, rain, and rain again, and still more rain,
rain and lightning, rain and mist, a month of downpours
till the earth quaked gruffly somewhere and sent
tidal waves over the Middle Sea,
tidal waves over the Middle East,
tidal wave and rain and tidal wave
to rave and rove over road and river and grove.
I skimmed the water-level as it rose:
invisible the delta! gone the headman’s hut!
drowned at last even the stony jebel!

I groaned at whole families swept out to sea.
Strong horses swam and swam but sank at last.
Little treasures, toys, amulets were licked
off pitiful ramshackle village walls.
Weapons, with the hands that held them, vanished.

So what to do? Oh never underestimate
those feeble scrabbling panting gill-less beings!
Hammers night and day on the high plateau!
Bitumen smoking! Foremen swearing! A boat,
an enormous boat, a ship, a seafarer,
caulked, battened, be-sailed, oar-banked, crammed
with life, human, animal, comestible,
holy with hope, bobbing above the tree-tops,
set off to shouts and songs into the unknown
through rags and carcases and cold storks’ nests.

The waters did go down. A whaleback mountain
shouldered up in a brief gleam of sludge,
nudged the ark and grounded it. Hatches gaped.
Heads smelt the air. Some bird was chirping.
And then a rainbow: I laughed, it was too much.
But as they tottered out with their bundles,
their baskets of tools, their goats, their babies,
and broke like a wave over the boulders and mosses,
I thought it was a better wave than the wet one
that had almost buried them all.

Water
we came from, to water we may return.
But keep webbed feet at arm’s length! Build!
That’s what I told them: rebuild, but build!



Il grande diluvio
(10.000 a.C.)

Pioggia, pioggia, e di nuovo pioggia, e ancora pioggia,
pioggia e fulmini, pioggia e nebbia, un mese di acquazzoni
finché qua e là la terra tremò burbera e gettò
enormi ondate sul Mar Medio,
enormi ondate sul Medio Oriente,
enormi ondate e pioggia enormi ondate
a vagare e impazzare su strade fiumi boschi.
Vidi l’acqua crescere in livello:
invisibile il delta! Sparita la capanna del vicecapo tribù!
Sommersa infine perfino la montagna di pietra!

Gemetti vedendo le famiglie intere trascinate in mare.
Cavalli robusti nuotare nuotare per andare infine a fondo.
Piccoli tesori, giocattoli, amuleti leccati via
dalle misere mura malridotte del villaggio.
Armi svanite, con le mani che le avevano impugnate.

E che fare allora? Oh, mai sottovalutare
questi fragili esseri ansimanti senza branchie!
Martelli giorno e notte sull’altopiano!
Bitume fumante! Capi che bestemmiano! Una barca,
un’enorme barca, una nave, un marinaio,
coibentata, puntellata, vele al vento, inclinata da remi, stipata
di vita, umana, animale, commestibile,
benedetta dalla speranza, con la cima dell’albero oscillante,
partita tra canti e grida in direzione dell’ignoto
solcando stracci e carcasse e freddi nidi di cicogne.

Le acque calarono. La montagna del dorso di una balena
sollevata in un breve luccichìo di fanghiglia,
spinse l’arca e la fece ammarare. I boccaporti si aprirono.
Teste fiutarono l’aria. Qualche uccello cinguettava.
E poi un arcobaleno: risi, era troppo.
Ma quando barcollarono fuori con fagotti,
ceste di utensili, bimbi, capre,
per scagliarsi in un’onda sopra massi e muschi
pensai Sono un’onda migliore di quella bagnata
che sta per seppellirli.

Acqua
da cui veniamo, cui potremmo tornare.
Ma tenete i piedi bagnati a distanza di braccio! Costruite!
È ciò che dissi loro: ricostruite, ma costruite!


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