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Snáthaid Mhór
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John F. Deane, Piccolo Libro delle Ore
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Prezzo: 15.00 eu
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Collana Snáthaid Mhór - poesia irlandese contemporanea
JOHN F. DEANE, Piccolo Libro delle Ore
ISBN 978-88-96263-12-9 pp. 246, €15,00
John F. Deane è un poeta da anni già tradotto in Italia, dove è stato spesso ospite di reading e festival internazionali. Sue opere sono già state tradotte da Roberto Cogo (Il profilo della volpe sul vetro, Edizioni del Leone, 2002; Gli strumenti dell’arte, Atelier, 2007); e nel maggio del 2005 il mensile “Poesia” gli ha dedicato un servizio a cura di Chiara De Luca, traduttrice della raccolta poetica Manhandling the Deity (Tra le mani il divino, Gedit, 2005). La poesia di Deane è strettamente legata alla sua terra, l’Irlanda, amata, a volte bacchettata, ma sempre profondamente vissuta, di cui il poeta descrive i paesaggi umani e naturali, le vicende storiche e sociali, ora con sguardo benevolo e indulgente e dolente rammarico, ora con lingua sferzante e profondo acume critico. Quest’opera ambiziosa è un lungo viaggio dell’uomo alla ricerca e conferma di se stesso e delle proprie radici, della stabilità dei propri legami con l’umano e della vitalità inesausta di quel dialogo con il divino che si protrae in tutta la produzione poetica di Deane, approfondendosi di opera in opera, verso una consapevolezza sempre più matura del dramma di una libertà creaturale che rende l’uomo tragicamente schiavo delle proprie stesse debolezze. Ottima la traduzione di Roberto Cogo, fine poeta, rispettoso traduttore, che ha saputo restituire in modo fedele la voce vibrante di John F. Deane senza sovrapporvi la propria, dando vita a un testo che non lascia trapelare traccia del passaggio di testimone tra le due lingue.
Chiara De Luca To Market, to Market
The day was drawky, with a drawling mist coming chill across the marshlands; the church of Ireland stood, damp and dumpy, crows squabbling on its crenulated stump; cattle,
that had summered in a clover field, have been herded through plosh and muck into a lorry, have dropped their dung of terror on slat and road. Big heavy-skulled heads, bellowing, stretch up
over the concrete wall for one clear glimpse of the brown fields; and what of unredeemed suffering? what of faithfulness? Spring they were calling out of frustrated love
for their calves, how they stood in fields, innocent and willing, uneasy in weighted flesh like great-aunts whose trembling long-boned hands fumble for something in old unstitching bags.
Al mercato, al mercato
Era un fosco giorno di fredda foschia in arrivo a strascico attraverso la palude; la chiesa d’Irlanda stava là, umida e cadente, i corvi a bisticciare sui ruderi sconnessi; il bestiame,
dopo l’estate passata nei campi di trifoglio, ammassato nel camion tra fango e letame, rilasciava lo sterco del proprio terrore sulle assi e in strada. Testoni dal cranio pesante a muggire sporgendosi
oltre il muro di cemento per una netta occhiata ai campi marroni; che ne è della sofferenza irredenta? e della fedeltà? Invocavano la primavera dell’amore frustrato
per i loro vitellini, di come stavano nei campi, docili e innocenti, a disagio nel peso della carne come vecchie zie dalle lunghe mani ossute e tremanti alla ricerca di qualcosa nelle vecchie borse scucite.
Call Me Beautiful
Broad-shouldered, big as a labouring man, Ruth was egg-woman, slow and inarticulate, flat-footed in her widowhood and her big sons
slap-witted, dun as she. I was ever dumb before her, decades of harsh news in the lines of her face, and a small smile
grateful for neighbourly busyness; each egg, mucous-touched, she spat on and frotted clean against black woollen skirts. Crucifix
over the door, painted Madonna on the sill, her house was an island on chicken-shitted ground with a harvesting of rushes, her world
not ordered by methodical thinking. Now I know it is my own need disturbs me, to find meaning and motive beyond the manifest
ungainliness, to seek the spirit’s dance towards divine friendship, and to vision her rapt on her knees in a field of corn, gleaning.
Chiamatemi bellezza
Le spalle ampie, robusta come un operaio, Ruth era la donna delle uova, lenta e sconclusionata, a piedi piatti nella sua vedovanza e coi figli grandi
e picchiatelli, come lei brunastri. Al suo cospetto ammutolivo, decenni di dure notizie nelle pieghe del suo viso e un sorrisino
grato per ogni amichevole aiuto; sputava su ogni uovo vischioso al tatto per poi strofinarlo contro la gonna di lana nera. Crocifisso
sulla porta, Madonna dipinta sulla soglia, la sua casa era come un’isola poggiata sul guano di gallina in un raccolto di erbacce, un mondo
non regolato dal pensiero logico. Ora so che è il mio bisogno che mi spinge a cercare un senso e una ragione oltre l’evidenza
dell’inafferrabile, a inseguire la danza dello spirito rivolto alla divina amicizia, a figurarmela assorta in ginocchio mentre spigola nel campo di grano.
Water-Music
Sometimes I think I hear it still, the choral symphony of ocean: bass-drum sounding in the pounded cove, harp-music of winds
through bigfish skeletons. So much had to do with water, for that was island, and west, with the fickleness of rain. Weather failing
we found ourselves in manifold illusions of otherwhere, grew angelwings on rafters in the hayloft or gathered sheets and sweeping-brushes
to sail three-masted ships across the parlour floor. Called to the discipline of rosary we prayed the angels guard our souls from sin where they watched
from the four corners of our beds. When I left gradually I misheard sea-words, sea-music among the dry unmoving deserts of suburban nights.
But the earth lures, and at times the storms that come hustling about the streets and stone walls relent a little and whistle once more a casual music
with backyard timpani and the taut strings of aerials, leaving me still with my faith and my illusions as I walk the shores of the city, speaking praise.
Musica d’acqua
Talvolta mi sembra di sentire ancora la sinfonia corale dell’oceano: la grancassa che rimbomba battendo nella cala, la musica d’arpa dei venti
tra le carcasse delle balene. Molto a che vedere con l’acqua, essendo isola, essendo ovest, coi capricci della pioggia. Mancandoci il clima
ci ritrovammo in molteplici sogni di altri luoghi, mettemmo ali d’angelo alle travi dei fienili o raccattavamo lenzuola e spazzoloni
per salpare in veliero lungo il pavimento del salotto. Chiamati alla disciplina del rosario, pregavamo gli angeli custodi ai quattro angoli del letto
di proteggerci l’anima dal peccato. Quando partii disimparai poco alla volta la lingua del mare, la sua musica negli aridi immobili deserti delle notti suburbane.
Ma la terra seduce e talora le impetuose tempeste in arrivo tra muri di pietra e strade cedono un po’ per fischiare ancora una fortuita musica,
con sottofondo di timpano e le corde tese dell’aria, lasciandomi ancora con la mia fede e miei sogni in cammino lungo le rive cittadine in parole di lode.
Seawards
In the cove, down between the echoing sea-falls, a gull, its tawdry feathers and spread wings bobbling in death, heaves and sinks with the waves swayfully; the mountains and distant islands appear to you, stranger, like clouds, like dreams; the disconcerting land is always at your back, earth detritus, sheep with their bedraggled wool and a sheep-skull, teeth bared, leering into mud; a delicate rock pool – anemone, barnacle-cluster, crab – dotes on the danger that is ocean while the flick of the silver underbelly of a fish warns you of the paucity of your strivings, you, stranger, your consciousness turning about your bones, among these multifarious life-forms the lost one, and the saved.
Verso il mare
Giù nella cala, tra gli echeggi del mare in caduta, un gabbiano dal piumaggio vistoso fluttua nella morte ad ali aperte, s’alza e ricade con le onde vacillando; i monti e le isole in lontananza appaiono, a te straniero, come nuvole o sogni; la terra sconcertante è ancora alle tue spalle, terra di rovine, pecore dalla sudicia lana arruffata e teschio ovino coi denti di fuori a sbirciare nel fango; un delicato ripiano di roccia – anemone, gruppo di mitili, granchio – ama il pericolo dell’oceano, mentre il guizzo argentato sul ventre di un pesce ti avvisa dei tuoi sforzi inadeguati, tu, straniero, con la coscienza che ruota intorno alle tue ossa, tra queste svariate forme di vita, una perduta e l’altra scampata.
Ass And Car
Our ageless mule was neither one thing nor the other, not spirit, nor all
matter. And then there was the turf-shed, its inner walls a black-silk stipple of turf-dust with the here-and-there
dank clot of spider-web and insect-stump; the floor was inches deep in mould where the donkey-cart, all paint, presided, its shafts
up-pointed. I had cart-lore then and mule-lore, the names and functions of winkers and collars and things; sometimes the mule,
all substance, stood heavy with his own existence and would not move; sometimes all jittery and wide-eyed
a sudden impulse set him rambling, out through the mazes of the earth and gallivanting, to halt,
stumped again and haunted, that inner light summarily switched off. In the new age the shed became a garage, swept, the mule
a black-sheened one-humped Morris Minor, and all the world was matter, dependable, and dull.
for Eva and Eoin Bourke
Asino e auto
Il nostro mulo senza tempo non era né una cosa né l’altra, non spirito, ma neppure tutto
materia. Poi c’era la baracca della torba, coi muri interni in serica calcina nera di polvere e tufo, con qua e là
umidi grumi di ragnatele e monconi d’insetti; per terra uno strato fondo di terriccio su cui regnava il carretto tutto colorato con le stanghe
puntate in alto. Allora mi occupavo del carro e del mulo, nomi e funzionamenti di fanalini e bardature e cose simili; a volte il mulo,
che era tutto sostanza, se ne stava appesantito nella sua esistenza senza più muoversi; altre volte tutto inquieto a occhi spalancati
si metteva in moto con un impulso improvviso, e via nei labirinti del terreno a ciondolare, per poi bloccarsi,
di nuovo sconcertato e ansioso, quella luce interiore spentasi all’improvviso. Nella nuova era la baracca divenne un garage ripulito, il mulo
una lucente Mini Minor nera con la gobba, e tutto il mondo si fece solida e ottusa materia.
per Eva e Eoin Bourke
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