|
|
Collana Chiara
|
Vera D'Atri, Una data segnata per partire
|
Prezzo: 12.00 eu
|
Collana Chiara - poesia italiana contemporanea
VERA D'ATRI: Una data segnata per partire
ISBN 978-88-96263-13-6 pp. 114, € 12,00
Una data segnata per partire è la prima pubblicazione ufficiale di Vera D’Atri, raffinata e sensibile poetessa di origine romana da diversi anni residente a Napoli, città che con il suo esplosivo melange di sole, mistero, acqua e zone oscure pare esserle divenuta seconda madre non seconda. Proprio a Napoli, grazie alla mediazione di Rossella Tempesta, ho avuto il privilegio di sfogliare per la prima volta i manoscritti di Vera D’Atri, tagliati in A5 e rilegati a mano con cura, e ne sono stata immediatamente catturata fin dai primi versi, fino a dimenticare l’attorno, a smarrirmi, affascinata. Perché la poesia di Vera D’atri ha qualcosa di magnetico e segreto, che subito ti rapisce. Immagini non immediate e di non sempre facile codificazione ti trasportano, ora con dolcezza, ora con furia, in una dimensione onirica, in cui passato e presente, memoria, vissuto e contingenza si alternano nel vertiginoso caleidoscopio che è la vita. La vita delle persone care, degli oggetti, di ogni oggetto sfiorato, anche il più umile, osservato, rievocato con amore, spesso interrogato, ascoltato. La vita dell’anima, studiata in trasparenza, in un gioco di luci e ombre e riflessi cangianti. La lingua di Vera D’atri è curata, elegante, ricca di riferimenti mitologici e letterari più o meno espliciti ma sempre discreti, che denotano un vasto background di letture e una forte consapevolezza espressiva. Risultando al contempo concreta, originale, sempre sorprendente. Nella poesia di Vera D’Atri luoghi, oggetti, situazioni, persone sono reali, presenti, eppure resta sempre in loro qualcosa si sconosciuto e inafferrabile, così come si presentano agli occhi della poetessa, che ce li mostra attraverso il velo fluttuante al vento imprevedibile della propria delicata e profonda sensibilità. Si ha così l’impressione che la poetessa si aggiri per la vita in punta di piedi, negli interni, così come negli esterni, quasi a non voler disturbare il corso degli eventi, l’apparente immobilità delle cose, la vita interiore dei suoi cari. Osservatrice acuta, se ne sta in un angolo, a guardare incuriosita se stessa e il proprio andare, spesso esitante, rispettoso e timido, verso la Vita e verso le vite. Per poi sorprendersi all’improvviso riflessa in uno specchio, proiezione del proprio sé più intimo e nascosto, riflesso – rivelatore o accecante –, moltiplicazione prismatica dell’impressione interiorizzata. Come sembra essere per Vera D’Atri la poesia stessa, che è abbandono docile al flusso della parola, da cui il poeta si lascia dire e contraddire, rappresentare o cancellare, velare o rivelare. In questo libro la parola si riappropria del proprio peso sostanziale, diviene cosa, non soltanto simbolo o icona. Ed è una parola tesa spesso fino a spezzarsi, gravida eppure sempre traballante sul ciglio di un vuoto abisso di silenzi.
Chiara De Luca
(...) Certo quella di Vera D’Atri è una poesia complessa, criptica, a volte impenetrabile, ermetica si sarebbe detto qualche decennio fa. Ma è una poesia piena di significato e comunicazione di esso, perché si esprime per immagini indelebili: “a tratti, vanno incontro a / corti medicee di tanti malandati allori/ e poi di colpo il grano, spiga a spiga, / e accenni di colline che colmano i miei occhi”. E ha un sottile dolore questa poesia, un crepuscolare senso della riflessione, della domanda rigirata come un rosario perpetuo in punta di dita, in punta di penna poi: “e torna il perpetuo sgominare, / le nocche contro il dio dei numeri / rosse al pestare”. E tanta leggera e pesante autoironia, è in questa poesia, tanto guardarsi senza trucco né trucchi, in ogni possibile casuale specchio, anche nel riflesso di un attimo, per riconoscersi comunque e sempre vivi: “Qualche opportunità nel mese entrante, / la crescente disponibilità ad accettare altre opinioni, / il mangiare educato, la dorata vita di borghese, / anche senza che di paradiso vi sia traccia/ […] / varrà a comprarti il mio intatto sorriso” Davanti a una opera come questa mi viene da pensare che il poeta non sia stato ispirato, ma piuttosto abbia inspirato, a lungo, profondamente, abbia bevuto nel respiro il mondo circostante, la sua vita stessa e la propria presenza in quel mondo, e dunque l’abbia resa nell’atto silenzioso e corale che è la vera Poesia: “Tale è il potere delle cose belle. / L’alba si schiude a memoria d’alba / e ai miti della lotta contro il nulla / e tale è l’acuto del desiderio, / che spezza purpureo / l’incantesimo del cieco.” Non è un paese per vecchi si intitola quel film favoloso dei fratelli Cohen, e “non è un mondo per poeti” mi pare di poter dire senza che nessuno si prenda neppure la briga di smentirmi; (...)
dalla prefazione di Rossella Tempesta
Dove, per superfici vacue si trasferisce il pieno, quella lanterna intrisa di sollievo,
e dove s’annida polvere di mare per un rifugio ancora misuravo città in selve di fabbriche e in numero di stranieri, le loro maree che inerpicano fondali fin sotto ai tetti, fin dove l’umano può sopportare pressione d’abbandono.
Genova, nell’urto inaugurale, mi colpiva arrivando il varo di somiglianze remote, ed una nuvola albina che il mattino affogava nel vento, per luoghi inseparati fino al bianco mare di partenze.
Pur questa vita s’affida sempre ad un ritorno
e lungo le vie, accaniti, premevano i Canti, correnti di memoria e il maltrattato pudore dei cortei che si rinventa. E, dunque, pensai, in ogni cosa non governa che un unico gioco, per effetto del quale o città o donna o lontana euforia, ogni parvenza è destino di parole,
ma il lavorio che intenso frangeva il mare fiottava ghiaia nell’onda della costa e dai quattro canti della mia croce d’ossa salpava verso l’alto l’ubriaco.
La vertigine del consecutivo, la grande curva di Caracciolo, l’istante schiaffeggiato dal vento come un uccello che nidifica tra mare e tufo.
Cerniere di un tessuto fragile eppure insostituibile si saldano lungo la linea frastagliata dell’approssimazione; l’arco di un secondo si fa lenta migrazione e tocca il rame inverdito dei tuoi occhi.
Perché io posso affrontare il dolore ancora una volta, ma non il nulla.
La consistenza violacea di un livido segna il tempo come un orologio che si assottiglia nel portare avanti le ore. Lo preferisco alla provvista non usata, alla distanza cautelare dal fermento, all’ottusa verginità dei mesti.
Al bordo della via che si dilegua l’asfalto camminando si scompiglia. Sul frizzare del mare scaglie di sole ricoprono l’acqua di monili ondulati. In me sono lampi d’albagia terrona, immaginari immensi e volatili, come quel dire d’amore e di disfatta che batte dentro e che non trova verso.
Non ricordo in cosa fossi assorta quando, nel sedile posteriore della macchina, oltrepassai veloce l’uomo che scuoiava un coniglio.
Forse stavo escogitando un nuovo travestimento, ma a sera mi ricordai di loro, del cibo che siamo per gli altri, dell’inutile ricerca di fratellanza.
Poggiai una mano sul cuore allora, coprendo d’istinto la vergogna della sua materia opaca e delittuosa,
lo nascosi, lo trattenni, ma il cuore incolpevole tremava e si scuoteva di dosso la malasorte di avermi.
Troppo per la città abbagliata dei suoi occhi, esterno di colpe e introiti irregolari, umanità tutta conchiglia nei suoi gusci
ed io senza respiro nella vetrina dei suoi no, crescendo, poco crescendo, piuttosto indovinando
l’orma alle pareti d’un pallore ornamentale tutta lattemiele, senza giunture.
Non sempre, ma in certe ore una musica modificava l’asse. Una insopprimibile forza macerava nel risparmio l’accumulo al dissipare.
Questione di opposti capitoli ed anche di quella inconciliata fede che divide gli esseri
di quel tornare al dunque che conferma o che sconosce, ruminando con la ciliegia il legno e con la vita il nulla.
Già porta via le rose a baci d’ombra, amaro fuoco, amaro vino ottobre suggendo il verde ormai e il sangue dei vigneti versando imperdibile futuro nell’umido letargo di placente, già annoda vite a melma e melma a sogni.
Ci sarà poco tempo, forse. Forse sarò ricevuta stanotte con questo duro smalto e questa rara sottigliezza sperimentale e subito obsoleta, al mondo per strade che non conosco al conosciuto arrivo.
Sulla terra si giudica dal buon esito, in mancanza del quale testimoni a favore valgono meno di un biscotto.
Così si fa ripido lo specchio. Lui bifronte, solidamente Giano, io nel viola dei sigilli ad ascoltare l’ostinato, nera musica di pantofole e vendette, tra le corvine sete del dispetto.
Ma sui rami i fichi si fanno dolci e s’aprono prima di cadere. Ai filamenti rivoltosi della vita apostrofi e fessure danno luce e ad ogni sorte procurano la sottile invenzione del principio.
Perfino qui tra le pareti attraversate da messaggi non si rabbuia l’ocra nel pensiero. Argani potenti alla nuda stella del vivere avvolgono e rivelano strane dolcezze di cordogli.
Ed è come se dalla terra in lode muta e persuasione giungesse qualche ispessita nostalgia, quasi un conclave di astratti chissà come.
Frastuono di conchiglie, dolore mite del risveglio. Una data segnata per partire, dunque, fare in fretta e sfogliare l’atlante impreciso delle lontananze.
Al distributore, il diesel è incoraggiante, preghiera di alacre avvedutezza, piccoli bagagli, precognizioni, disciplina.
Chissà se serve. Mitridate alfine morì. Vuoto è il trono e vuota la cattedrale.
Chissà se serve l’umile scommessa, la minuta effrazione al quotidiano, chissà se serve pungersi con ironia strappando alla montagna quel cardo blu irascibile, armato di livore.
E, tra i cipressi bianchi del pensiero, sospingere lontano le Tiberiadi attraversate assieme, le superfici rosa azzurre, dove tutto fu miracolo e venne incontro leggero, come un’ombra bionda, come una raggianza dalle braccia spalancate.
Ora so che mentono la trasparenza e il sogno, l’aria mente e le stelle non controllano armonie; più di tutto l’esistenza somiglia ad un passo che segna una distanza qualcosa che in affanno sale ad un limpido silenzio.
A quest’ora i fiori si assottigliano, si chiudono, inghiottono il loro stesso profumo, evocano il fasto della solitudine in piccole stanze segrete.
Perché solo i segreti annunciano la perfezione, come il tacere aggraziato di una governante che aspiri a far bella figura.
E in questo stesso rigore cerco immunità. Anche se può fermarsi il cuore. ora che la luna è senza guance ed io senza baci. Ma in nessun tempo vissi da mercante. Io questo solo voglio che di me si sappia. Di null’altro voglio rendere conto. Null’altro serve a chi è fuori dal gioco.
|
|
|
|
|
|
« indietro
|
|
|
|
|
|