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Snáthaid Mhór
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Peggy O' Brien, Spiando i ranocchi
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Prezzo: 15.00 eu
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Collana Snáthaid Mhór - poesia irlandese contemporanea PEGGY O' BRIEN, Spiando i ranocchi ISBN 978-88-96263-20-4 pp. 178, €15,00
La nuova raccolta di Peggy O’ Brien è – per usare le parole di una delle sue poesie – una “avventura del nervo ottico”. È popolata di attrattive, di amicizie, cibo (e tè), fiori e luce dosati con acume. La O’ Brien ci guida attraverso paesaggi affascinanti, panorami colti e resi con occhio di falco, scorci fugaci su giardini curati, dove le piante più selvatiche non sono ancora state del tutto addomesticate, fino a luoghi, che – come nella poesia che dà il titolo alla raccolta, – sono caldi eppure popolati da una vita disturbante. Per poi farci atraversare una parata di stagioni, fino a riemergere su gelidi altopiani vuoti d’invernale distanza. Il lettore delle prolungate metafore della privazione presenti nella poesia più lunga della raccolta, “Pietrificata”, riconoscerà che una voce forte, sicura è emersa, e che le gioie di luce e colore sono funzionali alla messa a fuoco dell’oggettivo interrogarsi rispetto a gioventù, maturità, responsabilità genitoriale che ossessiona la poetessa. La grande eleganza delle poesie eguaglia la ponderatezza che conferisce a questo libro la sua gravità.
Eileán Ní Chuilleánain
“Casuale come atomi di polvere, mi posavo / su questo e quello, / un dipinto in una cornice / rassicurante, seta troppo fine da toccare”... È così che si muove Peggy O’ Brien tra le cose, sulle cose: lieve, discreta, si posa e spia, per conoscere e scoprire, facendosi parte del reale, assimilandosi al proprio sguardo che abbraccia e scopre il mistero di un quotidiano, giorno dopo giorno sempre nuovo. E nel quotidiano la poetessa si specchia e infrange, si riconosce, o più spesso si scopre un altro volto, segnato, fittamente scritto di ricordi e dolori, eppure fiero, forte. Come fiera è la poetessa nell’affrontare a viso scoperto i propri drammi esistenziali, bevendo fino in fondo anche il vuoto e il vino amaro dell’errore, commesso per amore, gioventù, o purezza sempre intatta che non cesserà di errare, ma neppure di apprende- re – dal riflesso mutevole del proprio sguardo – i propri più autentici tratti/confini. Confini che talvolta occorre valicare, con un salto nell’oscuro, nell’ignoto, in direzione di una realtà interiore trasfigurata che si fa mondo estraneo all’esterno e apre le braccia per accogliere, o strozzare. C’è nella poesia della O’ Brien il desiderio struggente – misto alla paura mai invalidante – di ricomporre i frammenti del Sé in un Tutto mai armonico, mai statico, bensì sempre mobile nel segno di una rapida metamorfosi di presente ed esperienza, vissuti, rivissuti e proiettati in qualche altrove mai idilliaco né ideale, e però sempre territorio d’inesausta esplorazione.
Chiara De Luca
47 Sandford Road
for Mary Ellen Fox and Anne Kelly
I came back to the insanity of roses unfolding at the sun’s sole behest in a space designed to reflect reason.
Everything was in proportion. A calm façade. Minimal embellishment. Color serene and fresh, lemon, celadon.
An agitated guest, I was the ghost who, when the living were out and about, had the run of the place.
Random as dust motes, I would settle on this and that, a painting in a reassuring frame, silk too fine to touch,
photographs of strong-boned boys growing up and up without a hitch, handsome men mounting the staircase.
That house, a class set apart for salvation, sat back from the road, insulated from its roar by absorbent trees and grass.
And I was free to choose my window by my mood. The world was not about to change, just my view of it. Now, all the houses on that fortunate terrace like lounge chairs in the sun relax at the back into long gardens.
The oblong frame I looked through shaped the sense of what I saw, each pane the sovereign facet of a crystal.
More than ever I hovered between stories on that return, looking out and over into Helen Dillon’s garden.
I studied that gardener’s studiously artless art, how she could tempt wild roses to trust a trellis,
make radically opposed flowers, the easy-going daisy and tetchy iris, just got on with the plan,
a place for every kind of display, the needy vine, wildly clashing colors revealing more of each other.
I had the thought that I could float through glass without breaking it, adored the sun so much I was the light.
The house returned me to the sanity of building walls to last, block upon block until the job is done.
47 Sandford Road
per Mary Ellen Fox e Anne Kelly
Tornai alla follia delle rose che si schiudevano al solo comando del sole in uno spazio disegnato per riflettere la ragione.
Tutto era proporzionato. Una calma facciata. Ornamento al minimo. Colore fresco e sereno, limone, verde pallido.
Ospite agitato, ero lo spettro che, quando i vivi erano fuori e in giro, prendeva possesso di quel luogo.
Casuale come atomi di polvere, mi posavo su questo e quello, un dipinto in una cornice rassicurante, seta troppo fine da toccare,
fotografie di ragazzi dalle ossa robuste che crescevano e crescevano senza intoppi, begli uomini che salivano le scale.
Quella casa, una classe messa via per la salvezza, discosta dalla strada, isolata da alberi ed erba contro il suo frastuono.
E io ero libera di scegliere la mia finestra a piacere. Il mondo non stava per cambiare, soltanto il mio modo di vederlo. Ora, tutte le case su quella fortunata terrazza come poltrone reclinabili al sole si rilassavano sul dorso in lunghi giardini.
La cornice oblunga da cui guardavo forgiava il senso di quel che vedevo, ogni pannello la sfaccettatura sovrana di un cristallo.
Più che mai mi libravo tra favole su quel ritorno, guardando fuori e in alto nel giardino di Helen Dillon.
Studiai quell’arte giardiniera studiatamente senz’arte, il modo in cui lei sapeva tentare rose selvatiche a fidarsi di un graticolato,
a fare fiori radicalmente opposti, accomodanti margherite e permalosi iris, semplicemente cresciuti col progetto,
un luogo per ogni tipo di mostra, l’umile vite, colori in violento contrasto a rivelare di più l’uno dell’altro.
Ebbi il pensiero di poter fluttuare attraverso il vetro senza infrangerlo, adoravo il sole tanto più perché io ne ero la luce.
La casa mi riportò all’equilibrio di mura di durevoli edifici, blocco su blocco finché il lavoro è fatto.
Absolution
The part of her that left is in the clouds, Wild horses stampeding across the moon tonight Headlong for the rim, manes and tails streaming In a wind that shows how muscular the air can be.
The part that stayed is in this bouquet she created Decades ago, hardly fading or fraying Lilacs in pink and blue, the usual purple, Saying I’ll be this or that, I’ll live forever,
Like the fused flower garland of the spine, Running down the centre of a stripped pine table. My husband sits on one side, me the other. Even in silence our two plates touch her runner.
My forbearing grandmother still reining me in, Though I’m forever leaping up to fling salt On my latest sin against a cultivated moderation, A red wine rose defiling her linen garden.
Even if I could unpick it thread by thread, Lay her patience out like a corpse, she would remain The knot of each uncomprehended day. My grandmother Followed a pattern, walked in the way of her Lord
Stitch by stitch, the way she read with her finger Under the words, though she could recite the Bible As fluently as He had made creation in a week, Not night after night, star after pinprick star.
Assoluzione
Quel che resta di lei è nelle nuvole, cavalli bradi attraversano a precipizio la luna stanotte a capofitto verso il margine, con code e criniere grondanti in un vento che mostra quanto l’aria sia nerboruta se vuole.
Quel che resta è nel bouquet creato da lei ormai da decenni, che appena si scioglie o appassisce lillà rosa e azzurri, la solita porpora, a dire sarò questo o quello, vivrò in eterno,
come la ghirlanda di fiori sfusi della spina, che scorre lungo il centro di un tavolo di pino levigato. Mio marito siede da un lato, io dall’altro. Anche nel silenzio i nostri piatti toccano la sua guida (1).
La mia paziente nonna ancora mi tira le redini, nonostante io balzi sempre in piedi per lanciare il sale sul mio ultimo peccato contro una moderazione colta, una rosa rosso vino contamina il suo giardino di lino.
Ma anche la disfassi filo a filo per comporne la pazienza come un cadavere lei resterebbe il nodo di ogni giorno incompreso. Mia nonna seguiva un disegno, camminava sul sentiero del suo Signore
maglia dopo maglia, la strada che leggeva con le dita sotto le parole, anche se recitava la Bibbia fluentemente quanto Lui che aveva ultimato la creazione in sette giorni, non notte dopo notte, stella dopo punto a stella.
(1) Qui nel senso di tovaglia decorativa.
dal poemetto Numb/Pietrificata
I JEWEL
The story goes that it was sudden, But it wasn’t. It was more Desultory than that, flipping through July, finding the fresh daffodils Of May already pressed and dried.
Death tiptoes through the drifts of sleep To bless us with a quiet exit. It was the way we actually age: Our skin dries up by leaf degrees. Snowflake by snowflake hair turns white.
So the days grew shorter and The shadows longer long before September. When she finally found The will to hold the creosoted mirror Up, disaster was all but complete.
If she dares now to compare This present desolation to A tepid mishap long ago, You may determine she deserves Her frigid fate. But hear her out.
She’d lost an earring in a dim city After dark. The next morning, she retraced her steps, then re-retraced them, Searching for the smallest glimmer, Loath to endure a loss forever. So, with her daughter. They used to be A pair, worse, the one, rose gold pendant.
Pietrificata
I GIOIELLO
La storia narra che fu improvviso, ma non lo fu. Fu più incerto di così, sfogliando luglio, trovare i narcisi freschi di maggio già pressati ed essicati.
La morte va in punta di piedi tra dune di sonno per benedirci con un esito quieto. Era il modo in cui davvero invecchiamo: la pelle si secca graduale come le foglie. Fiocco dopo fiocco imbiancano i capelli.
Così i giorni si fecero più brevi e le ombre più lunghe molto prima di settembre. Quando infine lei trovò la forza di tenere lo specchio creosoto sollevato, il disastro era ormai completo.
Se adesso osa paragonare questa desolazione attuale a un lieve incidente di tanto tempo fa, puoi anche pensare meriti il suo attuale frigido destino. Ma ascoltala.
Smarrì un orecchino in una città oscura dopo il tramonto. Il mattino successivo tornò sui propri passi, poi ancora vi tornò, in cerca di un minimo bagliore, restìa a sopportare una perdita definitiva. Fu lo stesso con la figlia. Erano un tempo un paio, peggio, il solo ciondolo d’oro rosato.
II SEEDPOD
Demeter at the end of October. She who spent so lavishly Now spent, the luxury, to think, Of just one rose, let alone the flor- Abunda summer. Bankrupt, barren,
Broke. She has to start today To reconstruct a life, save, Steward her resources, thrifty Seedpods, skinflint straw, be As bleached and bloodless as the landscape.
Practice beige restraint. More, Accomplish it with what’s at hand. Not caring what she fells or floods, Be there for the child to come back to As surely as the roses will return.
First, repair the breaches in Her barriers, shore her tears, build Not just one, several dams. Use every last limb, log, and twig In the confused forest all around her. She’ll come out at night, exit Underwater, look like the bark she eats, Snout iron in the silver moonlight, Work, work, work in sleep until The dawn of what they call the day Then sleepwalk static in her lodge, Mud and wood, skin and bone: home. She’ll stay with it the way she stayed One whole winter between white Sheets in a grey, drizzly city
Waiting for the snow child to be born. Demeter kept her legs together Tight as a burning, ivory novice, All to concentrate, to gestate The full-term rose explosion.
II BACCELLO
Demetra a fine ottobre. Lei che con tanta generosità spendeva ora si prendeva il lusso di pensare a una rosa soltanto, per non dire della flor- abunda estate. Bancarotta, sterile,
irruppe. Lei deve cominciare oggi a ricostruire una vita, mettere da parte, risparmiare le risorse, avari baccelli, misera paglia, essere pallida ed esangue come il paesaggio.
Praticare una scialba costrizione. Di più, conseguirla coi mezzi a disposizione. Senza curarsi di ciò che abbatte o inonda, esserci per la bimba cui tornare di sicuro come faranno le rose.
Prima cosa: riparare le brecce nelle sue barriere, trattenere il pianto, costruire non solo una, ma numerose dighe. Usare fino all’ultimo ramo, tronco e arbusto della foresta che la circonda intricata. Verrà fuori di notte, uscirà sott’acqua, simile alla corteccia che mangia, muso d’acciaio nella luna argentata, lavorare lavorare in sonno lavorare fino all’alba di quel che chiamano giorno sempre in sonno camminare rigida nel suo rifugio, fango e legno, pelle e osso: casa. Starà con tutto questo come stavano un intero inverno tra lenzuola bianche in una grigia città piovosa
Aspettando che nascesse il bimbo di neve. Demetra teneva le gambe strette come un’ardente novizia d’avorio, tutto per concentrare, covare l’esplosione della rosa alla fine della gestazione.
III ZEN NOVEMBER
Blood soaked rags on the horizon, The blue heron and her mirrored Double posing for eternity.
November. A daughter ripe as August Gone. Her distraught mother turned The world to stone to be less lonely.
The beaver pond beyond twilight. Basalt mountains, agate water, Bone tree trunks, limestone moon. Her own making, but it’s hard, The interval before grief speaks, The first, frozen teardrops fall.
But harder still when it begins To crack, detonations, gravel Pocks, overlapping ripples, chaos. Only this is from below, far down, Deep, as far as you can go, Where the primal magma boils and bubbles.
Muscled arcs of black starvation, Leaping up involuntary as a sigh, Punctuating minnow commas,
Giving pause, a certain obscure Pleasure, the taste of your own blood, The sight of skin, that vast, elastic surface.
III NOVEMBRE ZEN
Stracci intrisi di sangue all’orizzonte, l’airone azzurro e il riflesso della sua doppia posa per l’eternità.
Novembre. Una figlia matura come l’agosto andato. La madre sconvolta ha trasformato il mondo in pietra per essere un po’ meno sola.
Lo stagno del castoro oltre il tramonto. Montagne di basalto, acqua d’agata, scheletri di tronchi d’albero, luna di calcare. Il suo stesso fare, ma è dura, la pausa prima che il dolore parli, cadono le prime lacrime gelate.
Ma ancora più dura è quando comincia a frangersi, esplosioni, pustole di ghiaia, onde sovrapposte, caos. Solo questo è dal basso, molto in basso, in profondità, fin dove è possibile arrivare, dove bolle e ribolle il magma primordiale.
Archi muscolosi di fame nera, in sussulti involontari come singhiozzi, virgole sono pesciolini d’acqua dolce,
impongono la pausa, un certo oscuro piacere, il gusto del tuo stesso sangue, la vista della pelle, quella vasta superficie elastica.
V SICK JANUARY
It’s not the way she planned it. A thick tarpaulin of ice Stretched from shore to shore, Hermetic as an eardrum. A full moon on glass, ghostly Light haloing the flayed Bodies of the damned, An overall, opal gloaming. But most of all a vitreous Surface to walk across And see finally what might be On the other side,
Or in a fit of self- Possession skate, indite Deep-cut, cryptic arabesques On pure white paper.
But this ice doesn’t take Like grief that won’t solidify As January rage, then melt As tender April’s tears.
It’s watery, anaemic, weak. No sooner does it stiffen Its resolve then shrink back Bullied to a thin puddle
By that clamor down below, The unholy, faux summer, Hammer beat, the over- Heated rhetoric of Lucifer.
She needs it to be so cold The hyper-active fish slow down, And over-protected turtles Womb down deeper into muck. Demeter without her daughter Is with her daughter in hell.
(...)
V GENNAIO MALATO
Non era come l’aveva pianificato. Uno spesso telone impermeabile di ghiaccio teso da riva a riva, ermetico come un timpano. Una luna piena sul ghiaccio, spettrale alone di luce attorno ai corpi scorticati dei dannati, diffusa penombra evanescente. Ma soprattutto una superficie vitrea da valicare marciando per vedere infine che potrebbe esserci sull’altra sponda,
O in un accesso di auto- controllo pattinare, tracciare profondi e criptici arabeschi su carta bianca e pura.
Ma questo ghiaccio non prende come il dolore che non indurirà come la rabbia di gennaio, per sciogliersi come tènere lacrime d’aprile.
È acquoso, anemico, fragile. Non fa in tempo a indurirsi che la sua risolutezza si ritira costretta in una bassa pozzanghera
da quel clamore laggiù in basso, l’empia falsa estate, colpo di martello, la sur- riscaldata retorica di Lucifero.
Essere così fredda, lei ne ha bisogno il pesce iperattivo rallenta, e su iperprotette tartarughe ventre più a fondo nel fango. Demetra senza la figlia è con la figlia all’inferno.
(...)
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