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Collana Chiara - Poesia italiana
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Tiziano Fratus, Poesie luterane
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Prezzo: 12.00 eu
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COLLANA CHIARA Poesia italiana contemporanea TIZIANO FRATUS, Poesie luterane Con una nota di Chiara De Luca ISBN 978-88-96263-56-3 pp. 96, € 12,00
“Una crescente / curiosità per Lutero, la sua figura storica, e lui, proprio, / come uomo che respirava e s’inventava disombrando”, scrive Tiziano Fratus, “disombrando” il singolare titolo di questo libro, in cui la lingua che cerca se stessa si fa preghiera universale di chi ha trascorso “Trent’anni guardando le radici delle ombre” e che ha fatto del proprio stesso cuore “una radice / di tassodio che fuoriesce dalle acque per respirare”, che nell’oscurità e nel silenzio della terra si è fatto uomo radice, proteso verso la luce a germogliare l’albero del dire, mettendo tutto in comunione, offrendo se stesso e la propria esperienza, autentica, onesta, vera, nella linfa di una parola nutrita d’acqua e di luce, priva di orpelli e citazionismi come terra sterile e rami secchi a ostacolare la salita. Qui la parola poetica sboccia dalla consapevolezza dell’impossibilità della lingua letteraria a incarnare la gigante molteplicità del reale, “Questo alfabeto che ascoltiamo senza capire”, questa infinità impossibile da nominare. Eppure il poeta s’impone il difficile compito di “riprodurre la libertà / della natura d’essere qualsiasi / cosa si possa diventare”, lasciando da parte la presunzione e l’arroganza che contraddistinguono la specie umana, incline a dimenticare la propria reale, misera dimensione di fronte alla sperduta apertura della natura. Questo libro di “preghiere” non si rivolge tanto a un Dio sempre troppo indaffarato per ascoltare, sempre troppo ovunque e altrove, bensì al pellegrino disposto ad affiancare il cercatore d’alberi, il rabdomante della luce, la radice che sugge nella lingua l’essenza stessa del reale che la trascende. Il poeta prende le distanze dal “canto fluorescente” e dalle “geremiadi dei giovani”, spinto dall’ossessione per il tempo, abbraccia il movimento per colmarlo; ci affida la stesura del suo “romanzo di uomo solo e senza lingua”, ovvero provvisto di una “lingua fuori mercato”, e dunque non vendibile, non barattabile, una lingua nuda, scabra come la corteccia del proprio cuore, una lingua piegata come le radici nodose della propria anima, affondate nella terra per produrre ossigeno, respiro.
Chiara De Luca
Autoritratto di paesaggio con gelso
Ho incominciato a respirare nel tronco cavo d’un gelso, avevo varcato la soglia dell’età adulta
per tornare a scardinare il paesaggio con occhi da bambino, e dentro il fuoco vibrante di un rugoso monaco zen
Un altro mondo
Ho tentato di mettere tutto in comunione, ciò che era mio sarà vostro. Qui nelle mie mani come nelle vostre. Non hanno capito e sono volati fuori dalla gabbia.
Quel paese oltre le onde dove il cielo è un dono, e la natura non ti appartiene, il cuore una radice di tassodio che fuoriesce dalle acque per respirare
Il cibo che richiede tempo
Ci vuole tempo per consumare un piatto di pesce, un trancio di spada in un piatto luminoso, semplice, alla griglia con una nota d’olio. Il tempo per osservarlo,
il tempo per annusarlo, il tempo per imparare a toccarlo, il tempo di gustarlo sulla lingua, il tempo che ho anche per guardarti negli occhi e capire che faremo all’amore
Germinazioni
Dormire lontani dalla propria terra in una casa piena di rumori, come iniettarsi del cemento a presa
rapida nel sangue e sentirlo prendere posto sotto la pelle: a occhi chiusi, il sudore che scava le tempie
Alcuni istanti prima delle prove di volo
Ascolto la distanza che cresce fra questa vita da uomo radice, il canto fluorescente e le geremiadi dei giovani. Quanti punti di sospensione nelle mani
da falegname che guardo e massaggio, una vita agreste che amo e non so vivere, la fede in un Dio che non so pregare. La mia lingua corre fuori mercato
Studi di letteratura sulle Orche volanti
I riflessi delle nuvole che camminavano sul lago erano splendidi. Non ricordava quanti anni erano terminati da quando s’era trovato innanzi a così tanta acqua, tutta insieme. Era una magia a cui
s’era inabituato. Gli veniva da piangere. E si mise a piangere, lì, i piedi un passo prima dell’acqua, ad assaggiare l’amarezza della proprie lacrime invece che affondare le mani in quella
meraviglia e dissetarsi, e annegarsi, e sciogliere il grasso, il sudore, la pietà dei giorni di viaggio passati nella polvere. Piangeva come quel bambino che s’era incarnato dentro di lui, ben nascosto.
Ci volle del tempo prima che le lacrime finissero di sgorgare. Di scivolare sulle sue guance e di venire a contatto con il braccio, le toglieva via, o con la lingua che saettava a raccattarle.
Improvvisamente un pesce saltò fuori dallo specchio d’acqua. Una trota arcobaleno, con tutti i suoi colori lucenti, i suoi verdi, i suoi arancioni, in mezzo all’aria sopra il lago. E davanti
ai suoi occhi. E sotto quel cielo che si avviava verso sera. A quest’ora gli attacchi delle armate erano terminati. C’era chi ancora viveva. C’era chi raccoglieva i morti. C’era chi
disegnava nuova guerra per i giorni a venire. Lui era lì, lontano da tutto, dopo un pianto, a inseguire con gli occhi il tuffo al contrario di una trota arcobaleno di almeno quattro
chili che volava fuori dall’acqua e faceva il suo saluto al cielo. Non aveva mai mangiato un pesce ma il nonno gli aveva raccontato del suo mondo, di quando ancora gli uomini cacciavano e pescavano,
di quando ancora coltivavano la terra, dei campi di frumento, delle vigne che i figli del suo tempo non avevano visto che in uno schermo. Come era possibile poi uccidere un esemplare del genere, e poi
nutrirsi senza sentirsi in colpa. Ma la guerra aveva il potere di annullare le scale di valore, di innescarle altre, di far fare salti molto lunghi indietro nella Preistoria. A quel punto mise un piede
nell’acqua, e non poteva crederlo a quello che stava ora provando, all’emozione radicale che lo stava scuotendo, senza attendere che il suo corpo si abituasse alla temperatura fredda dell’acqua
immerse anche l’altro piede, gettava le mani come ancora sotto la superficie e si gettò, interamente, dentro. Riprese a nuotare. I muscoli del nuotatore ovviamente indolenziti, ma ancora memori
del movimento utile a farsi. Le alghe erano fitte soprattutto dalla parte opposta a quella in cui era penetrato nel mondo acquatico. La diversa consistenza dell’acqua di lago, dell’acqua dolce,
rispetto a quella salata dei mari. La trota arcobaleno gli andò a sbattere addosso, infuriata per la contaminazione batteriologica che l’uomo stava involontariamente immettendo nel suo habitat.
Ma l’uomo era felice, viveva uno stato d’animo raro, ignoto al pensiero acquatico della trota. I pesci non ci arrivano a certe conclusioni. Alla fine l’uomo riprese i suoi piedi e uscì fuori.
Riconquistò la terra e il respiro a ossigeno. La trota sbollentava al centro del lago. Aspettava che la temperatura asciugasse i suoi vestiti umidi, senza pensare a niente. Un’ombra iniziava
a scivolare sulla sua figura umana. Un intreccio di linee tratteggiate. Inarcando il collo e puntando il mento verso le montagne vide lo stormo di orche volanti circuitare a pochi metri sopra,
le pance argentate, e le pinne alari blu. Una di loro scese e si posò in acqua. Non pensava che ne fossero capaci. Una frase si compose nella sua mente. La fronte dell’uomo si corrugava e una serie di
punti interrogativi ed esclamativi si coloravano intorno alla sua testa per precipitare a terra e sfiammare come anelli di fumo. La stessa frase ritornava a comporsi nella sua mente. Ce ne volle prima di
capire che era l’orca volante che comunicava con lui. Le orche volanti sapevano quindi comunicare per telepatia. Cosa avrebbe potuto dirgli un’orca nel suo linguaggio da orca vissuto da orca?
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